La terra, le stoppie, brune d’un sole rosso radente,
tagliano l’orizzonte in un sopra ed un sotto,
trionfante il primo di volatili aggettivi,
mentre forte è la terra che tiene l’attesa,
e l’abbarbica dove il soverchio ha spezzato in profondità,
e s’è aperta, ma il nuovo non è giunto.
Solo vento di bora arriva e sposta foglie pesanti di fango,
scuote case attorno a piccoli boschi d’alberi e pioppeti,
scivola su stagni ghiacciati senza grida di bambini.
I buoni borghesi celebrano ludi carnali in case di coccio,
qui c’è pietra di fiume, pelle ruvida di lavoro e zuppe fumanti,
la crema è stesa con mani amorose, la sera,
nel chiuso dell’attesa di tempo, stagione, mutare di vento.
Seguo il fumo nell’aria
e leggo i miei passi pesanti di ricordo,
senza traccia su questo suolo,
gelato di cuori lasciati a sé nell’attesa.
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