meridiano

Nel meriggio, gridi d’uccelli notturni

che parlottano con gru e l’acciaio degli schiocchi di cavi,

sento la luce, 

e il suo peso,

il consistere del colore che resiste, sbiadendo,

la sfida del vedere il fondo delle mie verità.

Meriggio e ombra,

passione che s’acquatta,

pronta:

una stilla di sudore è nettare

e pensiero che s’infuoca.

transizione

Ci fosse stata una solida ragione,

un puntello logico,

un sostegno alla certezza di non essere nell’ eterno transitare.

Non c’era, e per questo, abbiamo accumulato oggettività fugaci,

costellato di specchi le pareti,

e ci siamo additati, con pacche sulle spalle, allegri,

riconoscendo le solidità apparenti,

sicuri d’esser vivi nel tempo che per noi si faceva.

E come in un lampo, che pur pesa agli occhi, 

ci siamo trovati carichi di passato non cucito,

vestiti dei brandelli che molto avevano promesso.

E oggi, che le cose con noi sono invecchiate,

senza fedi dovremmo santificare il grigio,

riconoscerne la capacità di contenerci,

e con le dita addolcire gli spigoli per osservar la polvere,

che posa sui nostri piedi,

e su quel solido che tanto abbiamo amato. 

Conoscitori di lampi, 

adoratori d’intelletto, 

abbiamo evitato il colore della modestia,

che è difficile nel suo certificare il tempo,

le siamo sfuggiti, certi di solidità apparenti, 

finché, stanchi, abbiamo reso malfermo e incerto il passo.

Sappiamo ora, che non è la velocità a salvarci, 

ma la vista lenta che le cose scava, 

e ne estrae il colore solido e grumoso

per restituirle a noi, beffarda,

il tanto di chi sa che transitare è condizione d’essere.

pendolo di tramontana

La lamiera ha risuonato tutta notte,

pendolo di tramontana,

poi le nubi, al mattino, si son divise,

tra rivoli di grigio

e di bianco,

e lì s’è sciolto il vento

nella luce rosa

e poi gialla dell’est.

T’ho sognata,

al risveglio eri un eco,

come un brivido di freddo

e l’abbraccio non sarebbe bastato.

lo scialo

Altrove gli occhi,

nubi ed erba bruciata d’autunno,

distratta la mano nell’acqua,

raccoglie,

spartisce,

ascolta,

il pensiero che rattiene lo sciogliersi

per furia il vestito, i capelli 

e poi tutta,

seguendo lo scialo d’amore che preme.

Di spera il sentire,

ma la mente ribelle ricuce,

rammenda, il racconto di sé

ed ora l’acqua, stringe

e rilascia la mano,

come se il cuore,

così vivido e netto,

fosse tutt’uno col mordere la vita,

di nuovo.

 

distratta evidenza

E c’è pure un prima

e poi un dopo,

molti dettagli,

e qualche ragione che davvero spiega poco.

Le cose sono illuminate,

hanno di certo un nesso,

ma sono smemorate, 

e l’ allora non è adesso:

di certo ci fu spinta,

una motivazione dietro,

e fu scritto tutto in fretta,

sull’appannar d’un vetro.

Si spiega sempre troppo,

e qualcosa ormai s’è perso,

evidenza cara dovresti aver rispetto,

sarebbe giusto dicessi che l’anima si mosse,

che ci furon circostanze,

e molto contò il senso d’un cuore che si scosse.

E se poi non dicessi ed ascoltassi quieta,

come quando ci si sofferma nel dondolar di barca vuota,

lo sguardo all’acqua che accarezza,

l’orecchio allo sciacquio dell’onda,

vorremmo insomma un po’ d’intelligenza illogica,

distratta quanto basta

per lasciar che parli ciò che adesso rosica.

E a raccontare allora basterebbe:

che ci fu sì l’ apparenza,

che si mossero tempeste

ma la realtà del cuore

era ben diversa e verde.

il cuore è una cava

Pietra focaia,

percossa, per gioco,

scintilla breve, 

odore di pietra bruciata,

rumore secco, 

pesante, di braccio.

Fa rumore la fatica?

Il ciottolo rotto, 

alfine,

mostra un impudico segno, 

bianca fessura scabra 

e polita assieme,

annusata, 

tenuta, 

gettata,

perduta, 

troppo tardi ricordata.

Pietra, ciottolo, sasso,

sentire,

forte, duro, poroso, sfacciato: 

caldo.

Di mano che accarezza, 

caldo.

Il cuore è una cava in cui crescono bonsai, 

s’annidano teneri uccelli rapaci, 

e l’erba prende il suo spazio, 

mentre l’acqua scioglie asperità, 

per far spazio alla vita.

meditare sulla primavera

017

perché non lotti con la luce nuova, 

bisogna tener lontano il cuore, quanto basta,

e lasciare ch’essa entri,

rumorosa d’arcobaleni e vibrazione.

Solo allora il pensiero, il palpitare,

il battito d’un desiderio spento,

distratti dal colore,

si scioglieranno da quel grumo che chiamiamo amore.  

                                                                                                           

Steso dentro al cielo, vorrei non volere per un poco,

né più pensare,

annegando nel profumo d’erba,

nel verde azzurro,

nelle nubi bianche,

nella forza che fa sbocciare il legno.

E con la linfa, che scorre tra le dita,

appiccicare allora i desideri al tempo mio.