je ne regrette rien

Ricordo i vuoti pomeriggi di festa,

le funzioni nella chiesa,

le corse che rallentavano a sera,

ricordo le nostalgie innominate,

la pietra calda di sole,

il sedersi a guardare, l’aspettare la cena.

Ricordo le piccole fatiche del vivere,

la notte che consumava l’allegria,

nel gorgo rumoroso dei richiami.

Ricordo ciò che restava dei giochi,

il senso fatato del riporre e l’attesa,

e ricordo la libertà di giugno

le promesse, le corse nel sole,

i gridi al cielo,

il sudore felice.

Ricordo e mi chiedo se il vivere nei giorni,

con un nome, un’ora e un posto preciso,

ma mai una scatola per riporli in attesa,

non sia la nostra malattia,

e se il vivere senza il giorno appresso,

non manchi sempre di qualcosa.

Abbiamo preteso di chiudere

l’ immenso golfo di mare nei canali,

che ritmano ora il nostro piccolo nuoto,

così nella notte si sente solo stanco battere di braccia

e mi chiedo, mentre ricordo,

se la pena d’allora che scioglieva nel sonno,

sia oggi la stessa,

sapendo che in me, da sempre, convivono il sole e le nubi.

Annunci

sera

Manca poco all’ora in cui langue la luce,
al tempo urgente degli amanti,
e alla frenesia che scala il cielo,
fuori un rincorrere di rondini
e il loro grido porta a te,
che già offri la curva
dove la spalla chiede la carezza delle labbra
e vortica chiedendo,
tu implorando muta,
quel più che non finisce di stupire.
Nulla è preordinato
eppure s’apre dolce il siero,
che conosce ciò che si ricombina,
è la tua o la mia pelle che cerca e scotta?
Ha un pensiero questa solitudine che s’annulla
ed è qui e ora senza conoscenza
né mistero, ma meraviglia
d’ogni affidarsi che mai in te è eguale?

pagine

Di quello che abbiamo scritto non tutto era nostro,
c’erano necessità ed entusiasmi,
attese fondate e timori immotivati,
c’erano grafie d’altri,
ricordi e speranze mescolati.
Se osservi bene qualche glossa a margine,
finiva in una macchia,
la stanchezza del pennino, forse,
che attendeva un seguito
o un diverso inchiostro.
Quello che so è che i nostri fogli diversi,
hanno riempito il bianco senza sporcarlo,
lasciando altrove la finzione d’un dirsi,
forse per questo il raccontare ora è così titubante,
oppure usa sfrontatezze implicite,
come s’usa a sera, mentre la spiaggia si svuota,
il mare tremola d’oro
e il suo vento cancella i caratteri di sabbia,
mentre pensosa parla già la notte.

acqua festiva

Strinate rigaglie di desideri,
di pensieri, persi come fiamma,
come fumo prima d’essere nube.
Pensieri di domenica,
rintocchi alla porta e acqua che luccica sui vetri,
tra noi muri di necessità e ingenue trappole.
Guardando il fiume vedo scorrere ciò che si lascia
e vortica, scompare e riemerge,
non è pesce che mostra l’argento del ventre,
la riga scura che attira,
è ciò che neghi e che nego,
confuso e inutile come un pettinare l’acqua.
Lasciamo la danza alle alghe
a noi il muschio delle pietre,
che legano il bruno del sangue al candore del marmo,
a noi tutte le piccole viltà senza pena.
Immagino ciò che sfiora e non affonda,
ciò che riluce ed è coccio,
mentre con morbide zampe di gatto
frequento ciò che non difende
e non vuol essere.

notturno rap blues

Molto è un po’ malato,

e non ci sono verità.

Fan confusione le sirene:

crisi, quiete e sicurezza, 

E non c’è luogo e direzione

in mezzo alla stanchezza.

E’ tutto un po’ malato,

nulla è preciso a sé,

nuotan dubbi nella notte,

ci son rumori sotto casa, 

e il cane tace, chi sarà ?

E’ fatica esser un po’ sani,

s’aspetta e poi si corre,

da chissà chi si scapperà, 

vorremmo che qualcuno

ci mettesse poi una pezza,

ma è tutto un po’ malato, 

non ci sono verità.

servirebbe un po’ sparire

oppur lasciarsi andare 

finché tutto si rinnova,

non è tempo di star qua..

Di disegnini abbiam bisogno,

belli, nuovi e colorati,

tappezzeria per questa notte

di rumori soffocati,

domattina verra presto

e non si combinerà poi molto,

Bisogna darla un po’ a vedere, 

evitare verità, 

a noi piacciono animali

che leccano a comando

ma non la raccontan giusta

e il bisogno resterà.

Vorremmo essere tranquilli

senza strane necessità

ma ci son sirene compiacenti

rumori senza nome

e riposare non si potrà .

Domattina non combinerà poi molto,

ma questo silenzio dormirà,

c’interroga da troppo,

senza parole tacerà. 

Vorremmo poi qualcuno

che ci metta un po’ una pezza,

noi spariremmo quanto ci basta

solo per far sentir l’assenza.

E’ tutto un po’ malato

non ci sono verità

abbiam chiamato il medico

ha detto che ci pensa,

ma forse non verrà.

 

famiglie di mobili

Impastati di tempo e di voglia,
di polvere mai davvero rimossa,
stavamo tra abitudini ed eravamo famiglie di mobili,
finestre che guardavano i tetti,
avvinghiati alla vita, forse.
A quella che è in te,
e a cui tutto appartiene,
così differente,
negli acuti silenti in mezzo alla folla.
Erano mattine, pomeriggi rubati e mostrati.
erano impudiche le parole più tenere,
le mani più forti di un attimo,
e il tempo, un sospiro che s’affannava.
Ti ho cercata e perduta nei segreti senza sguardo,
fuori la primavera e dentro l’estate,
un cantico di tempo
e stagioni,
che ti appartiene e di cui sei indifferente.

scarpe rosse

Tra i colori,
tu pensi il rosso, difficile,
spesso sguaiato di cuore,
da tenere per poche tumultuose occasioni,
E invece ti racconto
d’aver visto due scarpe allineate sull’ asfalto.
Erano strane nel loro ordine,
come stessero per andare,
eppure stanche,
consunte di tempo e abbandonate,
ma rosse,
come la passione di chi le aveva accese,
fatte correre incontro a una speranza,
messe in punta di piedi per unire insieme le bocche:
l’ una rossa di spavalda accuratezza
l’altra, troppo a lungo serrata, nel raccontare le verita del cuore.
Di quelle scarpe risaltava l’asfalto,
il suo grigio passar d’auto e di storie,
eppure ogni ruota rispettava,
quel rosso che voleva ancora andare,
come si tien da conto un sogno
che ancora non s’è sognato.