zelig

Come i buoni romanzi, letti e riletti,

con le parole da ripetere lente

nel bisogno d’entrare dentro davvero,

altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo

geloso, e goloso degli anfratti di senso.

Così le mani lavate due volte:

la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza.

Non sono stato io,

non sono stato. 

Si confondono i visi, mentre cala la luce

prima le rughe, poi le bocche

e senza rumore, i sorrisi,

camminando nell’aria dispersi.

A chi era destinata un piega, un bacio,

chi è ancora in attesa del suono d’una emozione,

capita, disciolta e bevuta.

È l’ora dell’aperitivo, un televisore parla per persona interposta,

sono notizie eppure fan male,

non come a chi le ha generate,

non come a chi è davvero coinvolto,

ma tutti siamo per un attimo, innocenti,

poi confusi, sovrapposti, indecenti

e ci scambieremo l’uno per l’altro.

Così unici

e così poco necessari per molti.

Annunci

inchiostri che sbiadiscono

 

Poi, ma solo poi, mi sono accorto che gli inchiostri sbiadivano alla carezza della luce,
non solo i miei così cercati,
oppure pensati a prolungare l’unghia, il polpastrello, il palmo
mentre seguivano un pensiero che accarezzava,
raccoglieva, stringeva
e lo rafforzava, lo mutava in desiderio e voglia
cercando ciò, che il linguaggio arcano e potente del corpo, diceva.
Per questo gli inchiostri ricordano più del dito, del palmo e del corpo
e sbiadiscono in poco sufficienti parole.
Conservano, seminano, disperdono pulviscoli di pensiero,
frammenti e cocci di vetro
di un sentire che balugina ma non è mai lieve.
E se sbiadisce, il sentire, è perché altrove, in un multiverso che attende invano,
qualcosa si è compiuto -e compie- mentre qui diventa traccia.
E poi suono di polline nell’aria.

sempre i chierici tradiscono

Tiepidume d’intelletto e fuga
come il calor d’alcova di domande irto,
ma sol dopo il piacere ottenuto e consumato.
Non c’è forse molta superbia nel pensare,
nella convinzione d’esser soli nel suo adeguato farsi,
nel sentire il momento e il suo lavorare in punta di coltello.
Consci di momenti che saranno storia o ricordo,
poco importa, e per questo inani
o persi nel caldo futile del bastarsi,
della propria ragione che non ascolta,
non tace, non parla abbastanza per paura di non esser compresa,
e si chiude,
in attesa che qualcuno, o qualcosa, liberi,
lo spirito dal timore.
Mentre è paura di fare ciò che è giusto, solo paura.

ciò che tu non sai

Non mi stancherei di guardarti,
già nel sonno che arrende il corpo,
poi al mattino,
confuso col tuo stupore, griderei la gioia alla nuda pelle che si riconosce.
Nel pomeriggio, quando la luce posa,
sul corpo, perdendo l’arroganza del dire
nella sfrontata carezza,
indolente, precipitosa, dolce e indagatrice.
Così perderei lo sguardo, mio mistero,
nella tensione d’un desiderio che s’avvolge di te, in te.

le sei e mezza della sera

Le sei e mezza, l’ora in cui non bisogna chiedere troppo al caso,
e lasciare che la sera accada con il suo carico di malinconie verticali,
acuzie che s’inerpicano nella notte plastica,
a generare il caos dentro sé.
È ben più facile l’ordine,
e il compensare anziché sottrarre il tempo
per generare vuoto da riempire di nuovo, lo sappiamo.
E poi su tutto spargere silenzio e rumore bianco
come fosse sale per tacitare il cuore,
con un bruciore che non è dolore,
non ancora, almeno
a zittire Il non fatto, il perduto, lo scordato recente e quello antico
che emerge come un conàto di passato,
di delusione,
di speranza prima smussata e poi spezzata,
ed ora cos’è questo brulicare? Un nulla che s’avvolge,
molla carica che minaccia e non lascia spazio al nuovo.
Un nulla che non è natura,
obesa di meraviglie e sorprese,
che rasserena e mette un dito verticale sulle tue labbra
intimando la notte, il sonno, i sogni e il risveglio poi, nel giorno nuovo.

malinconia

Ho avuto paura della mia malinconia
tirandola come un elastico,
sovrapponendola a orizzonti e linee di battigia,
ho temuto si rompesse percuotendo il viso,
che mi lasciasse ancora più solo davanti alla speranza,
quella che dapprincipio non ammette fallimenti,
che impedisce di cogliere il bello transitorio d’un colore,
d’una forma, un suono,
d’un particolare nascosto nel cuore d’un meccanismo
d’orologio che non scandisce,
batte silente il tempo che non conta.
Di questa malinconia ho fatto lente,
che esposta al sole incendia,
ingrandisce le parole e i segni,
perde il senso e tocca qualcosa che neppure ha nome,
ma si comporta bene quando le chiedo di star queta,
e silente perché altro c’è da fare.

a lungo starai in me

È una faccenda tra te e me,
e ciascuno ha le sue ragioni,
cosa strana se ci pensi,
perché il mio corpo nel tuo si ritrova
e forse lo stesso a te accade.
È questione di pelle
e di sensi, li abbiamo chiamato tra i sussurri
e loro hanno risposto,
che dovremmo adesso dir loro,
che l’ora è passata?
che le congiunzioni astrali non concedono?
Oppure ascoltare la voglia che cresce,
che inarca la schiena
e sparge brividi ovunque.
Non è ora, forse hai ragione
ma intanto il desiderio scuote il respiro,
fa scorrere il sangue veloce
e forte chiama.
Per questo è una faccenda tra noi due
e tu puoi fare quello che vuoi,
ma se mi raggiungi nel sentire
starai con me.
Oh sì, a lungo starai in me.